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LA FISICITA’ TATTILE DELL’OPERA DI GIANNI RAVERA.

 

 

 

Gianni Ravera ha un modo tutto suo di dipingere: figurativo nell’intenzione ed astratto nella tecnica e nella realizzazione, nel senso che l’avvicinamento alla figurazione è fatto in modo informale: egli, infatti, parte da una figurazione appena accennata, cruda e bituminosa, sempre estranea alle tentazioni di un esplicito realismo.

Si tratta di una realtà alleggerita e semplificata, rappresentata da un linguaggio di forte essenzialità lineare e cromatica. Diverse sono le tecniche usate per il colore (acrilici, oli, smalti, vernici).

 

 L’artista utilizza la “figurazione” in modo astratto e concettuale per indirizzarsi a più vasti sistemi economici e sociali.

Egli accetta il fatto che non esistono una pura figurazione ed una pura astrazione: l’astrazione stessa è un sistema di significazione che esiste all’esterno dell’io, soggetto di rappresentazione.

La relazione tra la rappresentazione figurativa ed i materiali impiegati per realizzarla è evidente nel

Lavoro di Gianni Ravera, impegnato in un dialogo tra organico ed inorganico.

L’utilizzo di elementi che sono istintivamente familiari per l’osservatore, quali il soggetto stilizzato, le forme appena accennate e gli spessori del supporto, creano tensioni come le stratificazioni fanno pensare alla tridimensionalità.

Ravera sembra essere convinto che l’astrazione non sia più motivata dalla ribellione contro una questione pittorica, ma faccia parte della corrente principale non più avanguardista, nella quale non esiste quasi la distinzione tra astrazione e figurazione.

L’intenzione pittorica di Gianni Ravera non appartiene a nessuna delle due correnti, che nel suo caso si uniscono e convivono, perché hanno bisogno l’uno dell’altra per completarsi.

Le sabbie, le terre e gli altri materiali che usa l’artista servono per indicare i contorni e i dettagli delle immagini.

In realtà, questo aggiungere al pigmento dei colori sabbia o altro materiale organico è il desiderio di dare granulosità e fisicità tattile all’opera, come se la stessa avesse bisogno di essere accarezzata per misurarne o, forse, eccitarne la consistenza, si tratta di malte sabbiose, lavorate a spatola su tela e successivamente aerografate.

 

Gli ultimi lavori di Gianni Ravera fanno parte di una serie di opere dedicate alla donna, per esaltarne la femminilità, la sensualità, la gioia e il mistero.

Queste opere hanno un unico titolo “killa”, che nella mitologia Inca (in quechua) rappresenta la dea “Luna”, immaginata, nella religiosità di questo popolo, come una graziosa fanciulla che, in cielo, portava un orcio ricolmo d’acqua.

Al Cuczo la statua di Killa, raffigurata come una donna, era posta nel Qurikancha ed era trasportata su una portantina nella piazza centrale della città dalle sacerdotesse della Luna.

 

A Ravera sono sufficienti pochi tratti essenziali e poco colore rarefatto per mostrarci l’immagine del nostro desiderio, quella “Killa” che esiste in ognuno di noi e che ci fa sognare, che sorge come d’incanto sulle tele del pittore e nella nostra fantasia, evocando i tasti del romanticismo, con quei tratti dalla purezza classica e mediterranea, nella felice armonia fra gesti ed emozioni.

Purismo, minimalismo o transfigurativismo? Dove vogliamo collocare l’arte di Gianni Ravera? Quelle figure stilizzate che si stagliano in uno spazio privo di altri riferimenti, come sospese nel vuoto che fa loro da cornice, non sono altro che icone contemporanee della nostra memoria, individuale e collettiva.

La valenza poetica di queste figure ci trasporta nell’immaginario vibrante delle nostre fantasie e ci fa partecipi della gioia di vivere e della loro serena condizione.

Più che in quella del colore e della forma, la ricerca di Ravera è nel movimento ritmico del corpo nello spazio, che suggerisce l’affascinante mondo della memoria, della libertà immaginativa e dell’originalità interpretativa.

Quello di Gianni Ravera è un universo quasi metafisico, un mondo che parla agli occhi, ma che si rivolge anche e soprattutto alla nostra capacità di amare i sogni, di indagare nel nostro inconscio, di comprendere la ricchezza della nostra cultura e della nostra storia.

La comprensibilità delle forme si presenta all’apparenza quale garanzia della facilità della lettura delle opere, ma il legame dell’artista col mondo è molto più profondo: si tratta di un approccio con la realtà di colui che, dopo aver indagato ed osservato il mondo che lo circonda, ce lo restituisce sotto forma di immagini poetiche.

 

Eraldo Di Vita - Giornalista,  Critico -

 

Con uno scattante realismo e una vena di cubismo l'artista realizza l'opera dalla sensibilità castigata della misura e dei colori, collocando il modellato in uno spazio ideale, in cui ombre e luci vivono solo come rapporto cromatico. E' una pittura che si ispira non solo alla realtà ma va oltre. V'è, infatti, un'ansia di ricerca e una profonda volontà di scandaglio dell'animo umano. I personaggi, specialmente la figura femminile, sono il pretesto per un discorso di comunicazione che ci trasporta in atmosfere rarefatte, che arricchiscono il fascino del personaggio.

 

Lidia Silanos - Critico -

 

 Provocazioni magiche, viene di chiamarle così, queste opere dedicate alla figura femminile, quasi incorporee immagini di fate, però in qualche modo spiazzanti, e se non sfacciatamente carnali, ricche di un fascino che sa di malia.

Ravera ci conduce per mano in questo mondo di figurette sinuose, senza volto perché in attesa delle sembianze che vogliamo donare loro attingendo dai nostri sogni. Il tutto realizzato con una tecnica magistrale che gioca sulla linearità del disegno e lo spessore materico dei volumi.

 

Beppe Palomba – Critico -

 

Esiste una pittura che non desidera ostentare le sue virtù e il suo virtuosismo; che non basa la sua speculazione sulla ricerca del vero e del reale; che non tratta argomenti ricchi di pathos e quindi comprensibili a tutti. 

Si tratta di un tipo di dipingere coincidente perfettamente con le pratiche volte a scandagliare i segreti dell'uomo.

Le figure di Ravera, senza volto, senza carne, senza calore epidermico apparentemente sembrano solo una sagoma ma in realtà esse sono il paradigma dell'interiorità e dello straneamento. 

Non v'è individualità ma interiorità, non carne ma corpo, non donne ma idee di donne.

 

Conte Daniele Radini Tedeschi, critico e storico dell'arte.

 

 Il mistero della donna – madre, figlia, moglie, amica, compagna  – e la sua bellezza sono l’argomento dell’indagine creativa che Ravera compie da decenni sulla diafana icona dell’immagine femminile, posta senza tempo e nel silenzio pacificato della sua beltà.

Quadro dopo quadro è sempre presente, forte e poetico, lo stupore dell’autore davanti  a quella Presenza.

Il suo pennello, i suoi colori – dolci, pacati, lindi – restano impigliati nella luce che quelle sembianze, così armoniche nelle parti anatomiche, emanano.

Gianni Ravera indaga sempre questo tema seguendo, a meno pare di poter dire, la frase di Hans Urs von Balthasar,, “non è la bellezza ad averci abbandonato, siamo noi che non siamo più in grado di vederla”.

Lo stupore che pare ormai, purtroppo, scomparso dall’orizzonte contemporaneo è, invece, perseguito dal nostro pittore: attraverso lo sguardo rivolto alle cose visibili siamo, al contempo, rapiti, entusiasmati dalle cose invisibili.

La bellezza è una sorta di ponte tra il silenzio, la cupidità del mondo odierno, la disperazione dell’Uomo contemporaneo che cerca la speranza e che la può trovare nella sfida della bellezza, quella del nostro paesaggio del cuore e dell’anima, quello della “Maestà” di Duccio contro l’urlo dell’uomo di Munch.

Questa pare essere la sfida che il mondo creativo ed originale  di Ravera lancia all’osservatore nello splendore inafferrabile delle sue donne, sempre eleganti, garbate, aggraziate e collocate in  un’ atmosfera rosata, impalpabile come una cipria raffinata  per rendere di porcellana l’epidermide del viso.

 

Dott. Silvia Bottaro - Saggista, ricercatrice, storico dell'arte